Attila è arrivato anche a Segrate


Molti, troppi comuni del Parco Sud hanno approvato Piani di Governo del Territorio (Pgt) con sviluppi edilizi faraonici, mostrando un’inventiva e un accanimento senza pari nel distruggere aree agricole per impiantare palazzi e centri commerciali al solo scopo di racimolare euro per le casse comunali, dilapidate da decenni dispese facili e malgoverno.
Ma Segrate arriva certamente sul podio, tanto che si è meritata il premio Attila del Wwf: 1,5 milioni di mq di aree agricole distrutte (con il suolo edificato che arriverà all’80%, contro una media del 42% della provincia di Milano), per far posto a un’urbanizzazione da boom economico post guerra e, tanto per non farsi mancare nulla, anche un mega outlet. E poco importa che i nuovi 20mila abitanti, se mai arriveranno, saranno sotto le rotte degli aerei in partenza di Linate o dovranno incolonnarsi nel marasma del traffico indotto dalla BreBeMi.

Non tutti ci stanno, non tutti si arrendono allo scempio: il Comitato Golfo Agricolo (area maggiormente coinvolta dal Pgt) ha presentato un ricorso al Tar firmato da cinquanta cittadini segratesi e sottoscritto da Legambiente e Wwf Martesana.
Riportiamo qui di seguito un articolo di Famiglia Cristiana, uscito a fine agosto a firma di Giuseppe Altamore, che ben descrive i piani dissennati di sviluppo di Segrate. Da non perdere le tragi-comiche dichiarazioni degli amministratori locali, come ad esempio che l’agricoltura inquina o che si dispiacciono che Legambiente non sia stata loro alleata nel Pgt.

Riportiamo qui di seguito un articolo di Famiglia Cristiana, uscito a fine agosto a firma di Giuseppe Altamore, che ben descrive i piani dissennati di sviluppo di Segrate. Da non perdere le tragi-comiche dichiarazioni degli amministratori locali, come ad esempio che l’agricoltura inquina o che si dispiacciono che Legambiente non sia stata loro alleata nel Pgt.


A Segrate il Pgt traforma 1,5 milioni di metri quadrati di terreno agricolo

in aree residenziali a e parchi


Una delibera per cambiare la secolare storia di Segrate, cittadina di 35 mila abitanti alle porte di Milano, che ha cancellato di colpo tutte le aree agricole. Una semplice decisione della maggioranza di Centrodestra, lo scorso 14 febbraio, ha segnato la fine degli ultimi campi di mais, dei prati che profumano di fieno e di ciò che resta delle ultime cascine storiche. La storia di Segrate non è isolata. Per rendersene conto, basta osservare, da una delle colline della Brianza, la megalopoli che avanza inghiottendo decine di ettari di campagna. Un paesaggio caotico senza un apparente disegno urbanistico ormai copre la Pianura Padana da Est a Ovest, dove capannoni, villette a schiera e palazzi, spesso invenduti, proliferano al posto dei campi coltivati.
«Fino a quando i bilanci dei Comuni si reggeranno sugli oneri di urbanizzazione, sarà utile costruire», dice l’architetto Vittorio Ri- gamonti, esperto del territorio per conto della Lega Nord. «Detto questo, il progresso non si può arrestare. Oggi non ha alcun senso avere un campo di mais a Segrate, meglio governare l’urbanizzazione fissando dei paletti». E così a Segrate e in tutta la Lombardia, dove il consumo del suolo agricolo ha raggiunto livelli da record con 6.800 ettari persi nell’ultimo decennio, la parola che rimbalza nelle amministrazioni locali è preverdissement. Una parola francese che si capisce e non si capisce, ma che si potrebbe tradurre con “piantumazione preventiva”. Il Piano generale del territorio (Pgt) di Segrate prevede la trasformazione di quasi un milione e mezzo di metri quadrati di verde agricolo in aree residenziali.
Ma grazie al preverdissement, almeno in teoria, il 70 per cento della superficie è destinata a diventare bosco a spese del proprietario del fondo, che è costretto a mettere a dimora gli alberi prima dell’avvio dei lavori edili. Sulla carta sembra facile. Il Pgt prevede che il bosco prenda forma entro il prossimo novembre. Ma progetti di preverdissement non ne sono stati presentati al Comune. Si vedono però i palazzi in costruzione, spesso finiti e invenduti. Complessi edilizi dai nomi altisonanti come Segrate Village e Milano Santa Monica, dove i cantieri nell’area della cascina Boffalora sono fermi a causa di guai giudiziari. Ma l’amministrazione locale sogna ancora una città verde e moderna. «Avremmo desiderato che Legambiente fosse nostra alleata nella trasformazione di Segrate», dice l’assessore all’Urbanistica, al territorio e all’edilizia privata Angelo Zanoli. «Segrate non può avere una dimensione agricola che appartiene a un altro tempo. E poi l’agricoltura inquina... non si può coltivare il mais sotto gli aerei che decollando scaricano idrocarburi (l’aeroporto di Linate è nel territorio del Comune di Segrate, ndr). L’epoca delle cascine è finita.

Costruire ovunque

Qui siamo a otto chilometri da piazzale Loreto, il cuore pulsante di Milano», si accalora l’assessore. «Grazie al nostro Pgt conserveremo meglio il verde che sarà fruibile da tutti, mentre in un campo coltivato il cittadino non può metterci piede. Faremo una città più grande, perché abbiamo bisogno di raggiungere la massa critica di 50 mila abitanti per non farci assorbire da Milano». Non la pensano allo stesso modo i segratesi raccolti nel comitato “Segrate nostra” che hanno indirizzato recentemente una lettera aperta al ministro dell’Agricoltura Mario Catania, affinché blocchi i progetti edili nel Golfo agricolo a ridosso di Milano 2. «Su 17 chilometri quadrati di territorio sono rimasti poco più di 1,5 chilometri quadrati di terreno agricolo e boschivo e il Pgt prevede di urbanizzarlo quasi tutto», spiega Paolo Micheli, animatore di “Segrate nostra”. «Non si capisce perché vogliono davvero costruire ovunque nei prossimi cinque anni». La risposta secondo Damiano Di Simine di Legambiente è «nell’incremento di valore delle aree, che decuplicano il loro prezzo. Nessuna produzione agricola può dare così tanto. Il verde artificiale poi serve a vendere meglio le case a coloro che possono permetterselo: i ricchi milanesi, come quelli che sono andati a vivere negli anni ’70 a Milano 2 e a San Felice», precisa l’ambientalista. «Per fortuna, l’hinterland è ancora agricolo. Ci sono circa 80 cascine attorno a Milano che producono latte, formaggi, grano e riso. Parliamo di un patrimonio inestimabile sul piano ambientale», aggiunge Di Simine, «basti pensare che ogni ettaro può dare fino a 6.000 chili di pane all’anno».
Sono cifre che fanno riflettere in vista dell’Expo che si terrà a Milano nel 2015 che ha come titolo: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Il cibo e l’acqua saranno dunque i temi dominanti della grande esposizione universale che, ironia della sorte, sorgerà su 100 ettari di terreno agricolo, cui occorre aggiungere altri 140 ettari per un quartiere residenziale, alberghi e un megacentro commerciale. Una certa idea di progresso sta così trasformando i campi in aree commerciali. Anche Segrate ha dato il via libera al più grande centro commerciale d’Europa: il Westfield Milan shopping center con oltre 14 mila posti auto. Questa volta, per fortuna, non c’è un campo di mais da sacrificare perché il tutto sorgerà sull’area dell’ex dogana. Ma proprio di fronte al nuovo tempio del consumismo è stata abbattuta la cascina Lirone, risalente al XVI secolo. Al suo posto ora svettano due palazzoni che sovrastano un boschetto di robinie miracolosamente integro. L’agricoltura è il passato. Avanti tutta con il progresso.

Commenti  

#1 veneziano claudio 2012-10-19 14:58
Cari Amici,
sarebbe utile come altre volte, stilare un elenco dei comuni, con in fianco i metri quadrati che hanno tolto al Parco agricolo nei loro PGT. Noi cittadini potremmo usare queste informazioni per informare le persone. Per quanto mi riguarda anche Pantigliate ha fatto la sua parte in termini di consumo di territorio agricolo. Saluti .......c

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