Donne Giardiniere si battono
per il Parco Agro Pastorale Urbano
36 ettari di vitalità in zona Baggio

P.a.p.u. è l’acronimo di Parco Agro Pastorale Urbano. Ovvero un luogo con insediamenti di colture agricole, boschive e allevamenti di animali, dedicato alla produzione e trasformazione di alimenti a km 0, dal produttore a chi consuma, con attività socio-ricreative, di ospitalità e servizi. Chi mai crederebbe che a Milano esiste un posto in cui sviluppare un parco così originale, unico? Eppure c’è! Esiste. È l’area di Piazza d’Armi, in zona Baggio, tra via Forze armate e il Parco delle Cave, dove, in un comparto di 62 ettari, il Piano di governo del territorio (Pgt) prevede edificazione per 26 ettari, ma ben 36 ettari sono destinati a parco urbano.

Sono due i fattori che hanno consentito di dare il via a un progetto così singolare: il piano di dismissione delle caserme da parte del ministero della Difesa e la caparbietà di un gruppo di donne -aggregate in un tavolo di lavoro avviato dalla consigliera alle Pari Opportunità del comune di Milano Anita Sonego- che hanno scelto di chiamarsi Le Giardiniere, rifacendosi alle donne appartenenti alla Carboneria.

Avete voglia di scoprire l’area del Parco Agro Pastorale Urbano? Domenica 29 giugno, Le Giardiniere organizzano una visita guidata: il ritrovo è  alle ore 16 alla rotonda al termine della Via Cardinale Tosi (incrocio con Via San Giusto- Ospedale San Carlo). Entra e leggi il progetto. Ne vale la pena.

Donne Giardiniere si battono
per il Parco Agro Pastorale Urbano
36 ettari di vitalità in zona Baggio

P.a.p.u. è l’acronimo di Parco Agro Pastorale Urbano. Ovvero un luogo con insediamenti di colture agricole, boschive e allevamenti di animali, dedicato alla produzione e trasformazione di alimenti a km 0, dal produttore a chi consuma, con attività socio-ricreative, di ospitalità e servizi.
Chi mai crederebbe che a Milano esiste un posto in cui sviluppare un parco così originale, unico? Eppure c’è! Esiste. È l’area di Piazza d’Armi, in zona Baggio, tra via Forze armate e il Parco delle Cave, dove, in un comparto di 62 ettari, il Piano di governo del territorio (Pgt) prevede edificazione per 26 ettari, ma ben 36 ettari sono destinati a parco urbano, con l’obiettivo di creare un corridoio verde di collegamento con i limitrofi Parco delle Cave e Bosco in Città, aree ricomprese nel Parco agricolo sud Milano.
Sono due i fattori che hanno consentito di dare il via a un progetto così singolare: il piano di dismissione delle caserme da parte del ministero della Difesa e la caparbietà di un gruppo di donne -aggregate in un tavolo di lavoro avviato dalla consigliera alle Pari Opportunità del comune di Milano Anita Sonego- che hanno scelto di chiamarsi Le Giardiniere, rifacendosi alle donne appartenenti alla Carboneria, che si incontravano nei loro giardini: così coraggiose e innovatrici da segnare, ai tempi, una decisa maturazione culturale e spirituale attestata da una partecipazione piena alla dimensione civile del vivere. “Come loro, senza enfasi ma con altrettanta passione, lavoriamo per la nostra città, come loro anche noi scommettiamo su Milano e la sua capacità e possibilità di cambiare” ci spiega Patrizia Binda, che insieme a Valeria Bacchelli, Maria Castiglioni, Marisa Cengarle, Valeria Fieramonte, Carla Maragliano, Margherita Morini, Evi Parissenti, Elisabetta Parodi Dandini, Vincenza Pezzuto, è animatrice de Le Giardiniere dei nostri giorni.

Dagli orti biologici del mondo all’agrinido

Il fatto che questa area destinata a verde sia a ridosso di un’imponente lottizzazione ha rappresentato un segnale d’allarme. “È proprio dal timore che nei terreni dedicati al parco si realizzassero semplici giardini privati a uso dei soli nuovi condomìni che è partita la nostra idea: con il progetto del Parco agro pastorale urbano abbiamo voluto raccogliere la sfida di creare un luogo davvero utile alla città intera”.
In effetti, si darebbe vita a una grande oasi dove sviluppare e far convivere armoniosamente molteplici attività: dall’agricoltura biologica, con anche ‘orti del mondo’, ovvero dedicati a vegetali non di origine nostrana, a una sorta di fattoria con galline, pecore, capre, conigli, ma anche luoghi di ristorazione, proponendo non solo ricette tradizionali, ma anche cucina fusion, con piatti appartenenti a differenti tradizioni culinarie. E poi un caseificio e altri laboratori di trasformazione prodotti, un agrinido (un asilo realizzato in un’azienda agricola), un Bed & Breakfast-Ostello, un percorso salute. E le attività di trasformazione (dal latte al formaggio, dalle arnie al miele ecc) e socio-ricreative, tra cui luoghi di vendita dei prodotti, potranno trovare posto nei magazzini dismessi di via della Rovere, che verrebbero attrezzati in un’ottica di risparmio energetico, con  tecnologie non inquinanti da fonti rinnovabili.
Ovviamente la gestione delle singole attività sarà affidata a diversi soggetti, alcuni già coinvolti, tra cui la CIA (Confederazione Italiana Agricoltura), l’Associazione Donne in Campo, i Gas della zona e il DESR (Distretto Economia Solidale Rurale del Parco Agricolo Sud Milano).
“Infatti -aggiunge Binda- si tratta di un progetto che può contribuire, attraverso il coinvolgimento delle associazioni e della cittadinanza, a creare decine di posti di lavoro con l’istituzione di un circuito virtuoso di trasformazione dei prodotti legati alle diverse colture e all’allevamento degli animali, alla loro commercializzazione e distribuzione. Un modo concreto per dimostrare che il tema di Expo è realizzabile anche attraverso un’inversione di tendenza rispetto alla logica di un mercato del cibo fondato attualmente su uno sconsiderato utilizzo delle risorse ambientali, l’arricchimento degli intermediari della filiera, lo sfruttamento incontrollato della manodopera e la lievitazione dei prezzi al consumo”.

Un comodato non ancora arrivato

Ovviamente ci sono dei “ma”. Come scritto, l’area appartiene al ministero della Difesa, che ha appunto avviato le dismissioni delle caserme con il mero obiettivo di fare cassa. “Da due anni -conclude Binda- stiamo lavorando al progetto e ovviamente, non è possibile concretizzarlo se l’area non viene concessa in comodato d’uso, almeno per qualche anno. Sappiamo che la vicesindaco De Cesaris ha avuto un incontro con il ministero: questo, pare abbia rimandato al Comune la palla, richiedendo una documentazione ad hoc per decidere in merito. Insomma, per il momento siamo in una fase di stallo”.
Eppure, è un progetto di riuso ecologico e sostenibile, è “riproducibile” nelle vaste aree urbane dismesse. È, in sintesi, l’anticipazione di un diverso modello di sviluppo ispirato a tre grandi temi: Risanamento, MANutenzione, Innovazione. Tre parole che ripropongono un altro acronimo: RiManI… a Coltivare la Città …un invito e una speranza, per noi e per le future generazioni.
Insomma, un progetto talmente bello e condivisibile da far nasce un’idea: perché non avviare una petizione al Ministero della Difesa affinché si realizzi su un’ex area militare un’inedita ‘missione di pace’?

P.S. Avete voglia di scoprire l’area del Parco Agro Pastorale Urbano? Domenica 29 giugno, Le Giardiniere organizzano una visita guidata: il ritrovo è  alle ore 16 alla rotonda al termine della Via Cardinale Tosi (incrocio con Via San Giusto- Ospedale San Carlo).

Donne Giardiniere si battono per il Parco Agro Pastorale Urbano 36 ettari di vitalità in zona Baggio

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