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Il biogas non fa bene all’agricoltura e al Parco Sud

Le fonti rinnovabili sono in genere ben viste dalla gente e dagli ambientalisti. Ma quando queste entrano in contrasto con le finalità alimentari e con il territorio, il quadro cambia radicalmente.
E’ questo il caso di impianti di biogas che generano energia da materie prime agricole (in genere mais trinciato), con vasti terreni distolti dalle classiche produzioni di alimenti.
La sezione di Italia Nostra Milano Sud Est ha avuto il merito di lanciare per prima l’allarme nel nostro territorio, stimolando una discussione sul tema tra associazioni ambientaliste e agricoltori.
Il caso è un impianto da 0,999 Megawatt (sopra tale soglia si praticano le procedure autorizzative più complesse) situato a San Giuliano Milanese in località Occhiò, che funzionerà con i raccolti prodotti da ben 160 ettari di terreno agricolo. A costo di ripeterci: non si tratta di un impianto che produce energia a supporto di attività agricole, ma di un impianto industriale che converte in energia colture di un appezzamento di terreno vasto come 150-200 campi di calcio.

Il biogas

Dalla fermentazione della materia organica in assenza di ossigeno, si genera il biogas, ovvero una miscela di gas composta soprattutto da metano e quindi utilizzabile come fonte energetica, bruciato in generatori di elettricità e/o utilizzato per produrre calore.
Il biogas si forma spontaneamente nelle discariche, visto che normalmente il 30-40% del rifiuto è materiale organico; tale gas deve essere captato per evitarne la pericolosa diffusione nell'ambiente e può essere utilizzato per la produzione di energia elettrica. Sono state inoltre sviluppate tecnologie ed impianti specifici che, tramite l'utilizzo di batteri in appositi "fermentatori" chiusi (o digestori), sono in grado di estrarre grandi quantità di biogas dai rifiuti organici urbani (preferibilmente da raccolte differenziate) e dal letame prodotto dagli allevamenti intensivi, o anche dai fanghi di depurazione e dai residui dell'agro-industria.
Da qualche anno è stato avviato un terzo filone: produzioni di biogas da materie prime agricole (in genere mais) e non da scarti o residui di lavorazioni colturali.

Le preoccupazioni in campo

Italia Nostra Milano Sud Est è stata l’unica a formulare osservazioni sul progetto di Occhiò, raccolte in un articolato e dettagliato dossier che denuncia i rischi insiti nell’attività stessa e in rapporto con il territorio del Parco. “Siamo tutti a favore alla produzione del biogas se l’impianto è piccolo e aiuta la cascina – afferma Kisito Prinelli, presidente della sezione di Italia Nostra- ma qui si tratta di impianti industriali catapultati in aree agricole pregiate”.  La posizione è che, per la sua natura, le sue implicazioni e le sue ricadute sull’agricoltura, l’ambiente e la salute, l’impianto è in antitesi con le finalità del Parco Agricolo Sud Milano. Infatti si amplificano gli effetti negativi della monocultura (tra cui l’aumento sensibile della presenza di pesticidi nelle acque e nell'ambiente), compromette la fertilità del terreno, diminuisce la biodiversità e spreca enormi quantitativi di acqua.
Da caso isolato, la produzione agricola per biogas sta ora sempre più impattando il Parco Sud, con nuovi progetti a Cerro al Lambro e a Carpiano: una valutazione sull’opportunità di questa filiera non è più procrastinabile. “Manca una strategia su quale agricoltura si vuole avere nel Parco Agricolo Sud Milano – afferma Giovanni Gottardi, rappresentante delle associazioni ambientaliste nell’Ente Parco - questa amministrazione purtroppo non ha fin qui avuto una visione lungimirante: infatti, gli impianti di biogas stanno fiorendo come funghi con un impatto profondo, che nulla ha a che vedere con il mantenimento e lo sviluppo di un'agricoltura ecocompatibile “.

Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, invita a non  buttare il bambino insieme ai panni sporchi: “Sono d'accordo sul dire no alle colture agrarie dedicate alla produzione di biogas. Ma attenzione, perché al contrario gli impianti a biogas che trattano reflui di allevamento (in Lombardia abbiamo il 51% del patrimonio suinicolo nazionale e il 30% di quello bovino), fanno invece una cosa molto utile, producendo biogas da scarti che poi, attraverso il compostaggio, possono tranquillamente ritornare ai campi come ammendanti. La questione, quindi, è l’alimentazione degli impianti”.
Anche dal mondo agricolo iniziano a muoversi critiche. “Sono impianti che sfuggono alle regole, nascono in base agli interessi di società esterne, che tirano dentro l'agricoltore – sentenzia Renata Lovato, che gestisce la Cascina Isola Maria – e producono effetti perversi. Il prezzo degli affitti dei terreni sale vertiginosamente e gli agricoltori non riescono più a pagarli. Inoltre le monocolture che alimentano gli impianti fanno largo uso di diserbanti e insetticidi: tanto quasi tutto va nel digestore. Ma alla salute pubblica chi ci pensa?”.  
Anche l’agronomo Carlo Calvi Parisetti condivide queste critiche e pone domande al momento senza risposte: “Quanti impianti sono realizzati da veri agricoltori e quanti sono di supporto allo smaltimento dei reflui prodotti? Quali negative ripercussioni hanno sul mercato degli affitti dei terreni e delle materie prime? Che significato ha sostenere una produzione extra agricola (anche se la definiscono connessa) slegata da storia e conoscenza del tessuto sociale di un'area?”.
Domande non peregrine, se il Direttivo del Parco ha rinviato pochi giorni fa l'approvazione del progetto di biogas a Cerro al Lambro per "studiare una linea comune" sulle autorizzazioni degli impianti delle future richieste di concessione. ”Da un lato la cosa è un bene, dall'altro il Parco prima autorizza un impianto a San Giuliano Milanese e poi ferma gli altri. Con che criterio?” si domanda Kisito Prinelli.  
L’Associazione per il Parco Sud Milano ritiene che sia ora di arrivare alla sintesi di una linea comune sul biogas nel Parco. Va difesa la vocazione agricola dei territori del Parco. Sì all’uso di questa tecnologia per gli scarti agricoli e i reflui zootecnici, no a colture dedicate che stravolgono le finalità del Parco. E gli impianti non devono avere logiche industriali a sè stanti, ma essere connessi alle attività agricole del territorio.



 




Commenti  

#1 mario 2012-09-17 12:03
Si vede proprio che non si sa di cosa si parla ..... l'ignoranza regna sovrana!!!

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Il video del mese

Eccoci nel Parco Agricolo del Ticinello: con i suoi 88 ettari è il quarto per superficie dei parchi milanesi. L’area confina a sud con via Selvanesco, a nord con via Dudovich, a ovest con l’area verde urbana di via Romeo e a Est con la rimanente area agricola sud milanese. Il Parco Ticinello fa parte del Parco Agricolo Sud Milano. La sua unicità risiede però nel suo carattere agricolo, l’elemento caratterizzante e valorizzante di questo parco urbano è il coesistere di attività agricola e utilizzo pubblico. L’agricoltura disegna ii paesaggio tipico della pianura lombarda, ovvero, filari di pioppi che delimitano i campi e costeggiano il fitto reticolo dei canali irrigui… Permangono all’interno del Parco due cascine, Campazzo e Campazzino, a testimonianza della vocazione strettamente agricola della valle del Ticinello.

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