Dopo 70 anni, ancora irrisolto
il mistero della fabbrica dei veleni
voluta da Mussolini a Cerro

La Soprintendenza alle Belle Arti e Paesaggio di Milano ha apposto recentemente il vincolo sull’arco (nella foto di Roby Bettolini) che troneggia sopra la vasta area dell’ex Saronio di Riozzo di Cerro al Lambro, fabbrica voluta da Mussolini per produrre gas bellici, in funzione fino al 1945, e costruita a circa un km dalla Chimica Saronio di Melegnano, che tra gli anni ’30 e ’60 produceva coloranti. Eppure, aggregandoci a quanto dichiarato da Italia Nostra Sud Est Milano, quell’area avrebbe dovuto avere ben altro vincolo, e già dagli anni Cinquanta: quello dell’inedificabilità totale, fin quando non fosse stata bonificata.
La chimica di Riozzo è chiusa da circa 70 anni ed è tuttora di proprietà del Demanio Militare. E mantiene la sua “celebrità” per essere tuttora uno scrigno di veleni: circa 240mila mq di suolo e sottosuolo estremamente contaminati da veleni militari e non solo, e su cui sono cresciuti tutt’attorno palazzine, capannoni, parchetti pubblici e piste ciclabili. Ma i sindaci di Cerro al Lambro e di Melegnano…

Dopo 70 anni, ancora irrisolto
il mistero della fabbrica dei veleni
voluta da Mussolini a Cerro

La Soprintendenza alle Belle Arti e Paesaggio di Milano ha apposto recentemente il vincolo sull’arco (nella foto di Roby Bettolini) che troneggia sopra la vasta area dell’ex Saronio di Riozzo di Cerro al Lambro, fabbrica voluta da Mussolini per produrre gas bellici, in funzione fino al 1945, e costruita a circa un km dalla Chimica Saronio di Melegnano, che tra gli anni ’30 e ’60 produceva coloranti. Eppure, aggregandoci a quanto dichiarato da Italia Nostra Sud Est Milano, quell’area avrebbe dovuto avere ben altro vincolo, e già dagli anni Cinquanta: quello dell’inedificabilità totale, fin quando non fosse stata bonificata.
La chimica di Riozzo è chiusa da circa 70 anni ed è tuttora di proprietà del Demanio Militare. E mantiene la sua “celebrità” per essere tuttora uno scrigno di veleni: circa 240mila mq di suolo e sottosuolo estremamente contaminati da veleni militari e non solo, e su cui sono cresciuti tutt’attorno palazzine, capannoni, parchetti pubblici e piste ciclabili. Perché l’ex Saronio aveva la fabbrica sui 240mila mq, ma la proprietà si estendeva complessivamente su 380mila mq per eventuali ampliamenti.

La forza è militare, la salute è pubblica

Negli tanti anni trascorsi dalla sua chiusura, a singhiozzo, si è visto qualche tentativo di capire cosa ci fosse realmente sopra e sotto quel terreno, ma con il pretesto che l’area è di proprietà del demanio militare, fino a pochi anni fa non si è mai neppure potuti entrare nel sito.
Nel maggio 2013, Il Fatto Quotidiano riportava: “L’Esercito continua a mantenere a riguardo il più stretto riserbo, ma attraverso la relazione dell’Arpa qualcosa in più finalmente si sa. Prima di tutto che sono stati prelevati “5 campioni di terreno” tramite i quali si è appreso che “le concentrazione di arsenico riscontrate in un campione di terreno, risultano essere al di sopra dei limiti previsti per area a destinazione residenziale”.
“Ciò -come ci ha confermato Edoardo Bai, ex Direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl di Melegnano- ha dimostrato la veridicità di quanto avevo previsto anni fa, ovvero la presenza di questo pericoloso inquinante. Nonostante siano stati fatti, in un zona vastissima, solo 5 prelievi, uno di questi mostra un eccesso dell’elemento incriminato: l’arsenico era utilizzato per la realizzazione della Lewisite, uno dei gas utilizzati nella guerra chimica di Mussolini. Ma cinque prelievi su 240mila metri quadri di area non possono bastare”. Bai, già tra gli anni ’90-2000 aveva condotto un’indagine epidemiologica sulla popolazione che aveva evidenziato presenza di tumori alla vescica 2,5 volte superiore alla media.

È ora di passare ai fatti

Arrivando ai nostri giorni, dal sito del Comune di Melegnano, il sindaco Bellomo enfatizza per i “29 carotaggi eseguiti a novembre 2015 nell’area dell’ex azienda chimica Saronio nei comuni di Melegnano e Cerro al Lambro, i cui risultati saranno resi noti entro la fine di questo mese”. E Sassi, il sindaco di Cerro si difende dall’accusa di cementificatore senza scrupoli mossagli da Italia Nostra Sud Est Milano, dichiarando a Il Cittadino del 23 dicembre scorso “le ultime due amministrazioni, quella di Dario Signorini e la mia, se hanno autorizzato case l’hanno fatto solo dopo le indagini nel terreno a carico dei costruttori”. E il sindaco aggiunge che “Il ministero della Difesa ha autorizzato nel 2012 un nuovo accesso al sito che domina il centro di Riozzo. Formeremo un gruppo di lavoro che comprende l’amministrazione comunale, l’Azienda sanitaria 2 Milano e l’Arpa, Agenzia regionale per l’ambiente”.
Senza voler fare polemica, ci sembra non sia sufficiente sapere che sotto le villette e palazzine dell’area non ci sono veleni, quando è certo che focolai sono a poche decine di metri e che questi inquinanti non è detto che stiano fermi al loro posto. Inoltre, la vergogna è che ancora oggi, a 70 anni di distanza, si parli al futuro di formazione di gruppi di lavoro per sapere se ci troviamo di fronte a una emergenza chimica o se la situazione sia gestibile con un piano di bonifica, di cui ancora non si ha traccia.
Abbiamo perciò chiesto di avere almeno accesso ai dati delle campionature effettuate, la cui pubblicizzazione è un dato fondamentale per rendere consapevoli gli abitanti di Cerro al Lambro e di Melegnano sull’entità del problema. Vedremo se c’è trasparenza da parte delle Amministrazioni.

 

Dopo 70 anni, ancora irrisolto il mistero della fabbrica dei veleni voluta da Mussolini a Cerro

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