Frane, alluvioni, terremoti

i disastri e i morti annunciati
non frenano il cemento: firmiamo

10 settembre 2017. Quello di Livorno è solo l’ultimo di una lunga serie che continuerà ad aumentare:alluvioni, frane, smottamenti provocano in Italia danni per circa 2 miliardi l’anno (dati Istat). E, stando alle stime governative, solo per mettere in sicurezza le aree a più elevato rischio idrogeologico servirebbero 11 miliardi. Senza contare la perdita più preziosa: quella di vite umane.
Il rischio che una calamità naturale come un terremoto o un’inondazione si trasformi in un vero e proprio disastro per la popolazione è più alto in Italia che negli altri grandi Paesi dell’Occidente: a pesare non è solo l’esposizione a queste variabili impazzite della natura, ma anche l’inadeguatezza delle infrastrutture e della logistica. Lo si evince dal World Risk Report 2016, stilato dagli esperti dell’Istituto per l’ambiente e la sicurezza umana dell’Università delle Nazioni Unite (Unu-Ehs) in collaborazione con l’Università di Stoccarda e con le associazioni umanitarie tedesche riunite nel Bundnis Entwicklung Hilft.
Nel 2013 veniva approvata una Risoluzione “bipartisan” alla Camera (4 Ottobre 2013 – XVII legislatura), all’unanimità, un piano di 500 milioni di euro l’anno. Con l’Atto di indirizzo viene chiesto l’impegno del Governo, tra l’altro, a:
-“a considerare la manutenzione del territorio e la difesa idrogeologica una priorità per il Paese, in quanto finalizzata a garantire la sicurezza dei cittadini”;
-“a prevedere nel disegno di legge di stabilità per il 2014 stanziamenti pluriennali certi, pari ad almeno 500 milioni annui, per la realizzazione da parte del Ministero dell’Ambiente…

Frane, alluvioni, terremoti

i disastri e i morti annunciati
non frenano il cemento: firmiamo

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10 settembre 2017. Quello di Livorno è solo l’ultimo di una lunga serie che continuerà ad aumentare:alluvioni, frane, smottamenti provocano in Italia danni per circa 2 miliardi l’anno (dati Istat). E, stando alle stime governative, solo per mettere in sicurezza le aree a più elevato rischio idrogeologico servirebbero 11 miliardi. Senza contare la perdita più preziosa: quella di vite umane.
Il rischio che una calamità naturale come un terremoto o un’inondazione si trasformi in un vero e proprio disastro per la popolazione è più alto in Italia che negli altri grandi Paesi dell’Occidente: a pesare non è solo l’esposizione a queste variabili impazzite della natura, ma anche l’inadeguatezza delle infrastrutture e della logistica. Lo si evince dal World Risk Report 2016, stilato dagli esperti dell’Istituto per l’ambiente e la sicurezza umana dell’Università delle Nazioni Unite (Unu-Ehs) in collaborazione con l’Università di Stoccarda e con le associazioni umanitarie tedesche riunite nel Bundnis Entwicklung Hilft.
Nel 2013 veniva approvata una Risoluzione “bipartisan” alla Camera (4 Ottobre 2013 – XVII legislatura), all’unanimità, un piano di 500 milioni di euro l’anno. Con l’Atto di indirizzo viene chiesto l’impegno del Governo, tra l’altro, a:
-“a considerare la manutenzione del territorio e la difesa idrogeologica una priorità per il Paese, in quanto finalizzata a garantire la sicurezza dei cittadini”;
-“a prevedere nel disegno di legge di stabilità per il 2014 stanziamenti pluriennali certi, pari ad almeno 500 milioni annui, per la realizzazione da parte del Ministero dell’Ambiente,

di concerto con i soggetti istituzionali territorialmente preposti, di un Piano organico con obiettivi a breve e medio termine per la difesa del suolo nel nostro Paese, quale vera e propria “grande opera” infrastrutturale, in grado non solo di mettere in sicurezza il fragile territorio italiano, ma anche di attivare migliaia di cantieri distribuiti sul territorio, con ricadute importanti dal punto di vista economico e occupazionale”;
-“ad assumere iniziative affinché l’utilizzo delle risorse proprie e delle risorse provenienti dallo Stato, da parte di regioni ed enti locali, per interventi di prevenzione e manutenzione del territorio e di contrasto al dissesto idrogeologico, venga escluso dal saldo finanziario rilevante ai fini della verifica del rispetto del patto di stabilità interno, che finisce per rappresentare un fortissimo freno per l’avvio di interventi concreti da realizzare sui territori”;
-“a prevedere, nell’ambito dell’Accordo di partenariato relativo alla programmazione italiana dei fondi strutturali 2014-2020, uno specifico obiettivo tematico in materia di adattamento al cambiamento climatico e di prevenzione e gestione dei rischi ambientali”;
-“a definire gli strumenti appropriati per garantire un effettivo utilizzo delle risorse stanziate per la realizzazione del citato obiettivo tematico, sia a livello statale che a livello regionale”. “Gli effetti conseguenti ai cambiamenti climatici in atto sono ormai tali che gli eventi estremi in Italia hanno subito un aumento esponenziale, passando da uno circa ogni 15 anni, prima degli anni 90, a 4-5 l’anno. E la pericolosità degli eventi naturali è senza dubbio amplificata dall’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano: oltre il 60 per cento degli edifici -circa 7 milioni- è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica per le costruzioni e, di questi, oltre 2,5 milioni risultano in pessimo o mediocre stato di conservazione e, quindi, più esposti ai rischi idrogeologici” si leggeva nel testo della Commissione ambiente.

Il Governo, nel 2014, decise poi che, a fronte di tutto questo, fosse invece sufficiente stanziare 30 milioni! Nei due anni successivi? Non è semplice da ricostruire, ma dubitiamo siano stati molto di più! E le Regioni? In Lombardia, la legge sulla difesa del suolo ha consentito che per 30 mesi si procedesse a realizzare (bloccando ogni possibile variante) tutto quanto previsto dai faraonici Piani di governo del territorio previsti dai Comuni: tutte aree verdi e agricole, dimenticando che il cemento non consente più al terreno di drenare l’acqua.

 

Perché si firma:

C’è tempo solo fino al 12 settembre per firmare l’appello su salvailsuolo.it e chiedere finalmente all’Europa una legge sul suolo che ci protegga da nuove catastrofi e da un futuro incerto. Questa è la più grande iniziativa portata avanti dalle principali associazioni italiane ed europee a tutela di ambiente e cittadini
L’Italia sta consumando ogni giorno il suo bene più prezioso: il suolo. Il bene ambientale da cui tutti noi dipendiamo per ricavare cibo, salute, protezione, è sotto continua minaccia a causa dello sfruttamento selvaggio. Solo salvando il nostro suolo possiamo impedire nuovi disastri ecologici, alluvioni, frane, contaminazioni. E impedire che la cementificazione prosegua come nei decenni passati, senza riguardo per le risorse naturali e mettendo a rischio la sicurezza e la vita delle persone. Serve una legge che tuteli il suolo, subito, non possiamo aspettare ancora.
Per impedire l’ennesima catastrofe ambientale
Dobbiamo impedire la cementificazione del nostro territorio, perché cementificare equivale a impermeabilizzare il suolo, cioè privare il suolo di una delle sue funzioni più preziose, quella di trattenere le acque, delle piogge come dei nubifragi, sempre più frequenti anche a causa dei cambiamenti climatici. E soprattutto dobbiamo smettere di costruire a ridosso dei corsi d’acqua. O addirittura sopra i fiumi e i torrenti, come avvenuto Milano, in cui quasi ogni anno il torrente Seveso risorge dai tombini, o a GENOVA, città che ad ogni evento atmosferico deve fare la conta di danni e, spesso, anche di vittime, come avvenuto per l’alluvione del 2011 e per quelle del 2014. E purtroppo la conta delle vittime in questa città è drammatica: sono quasi 100 le vittime di alluvioni negli ultimi cinquant’anni. Ma è assurdo prendersela con Giove Pluvio: non sono vittime del maltempo, ma vittime del cemento.
E se non sono alluvioni, sono frane: l’Italia è il Paese europeo che ne soffre di più, e le cause degli eventi più funesti anche in questo caso non sono naturali: parliamo di frane che avvengono con modalità tragiche e per nulla naturali, a causa di incuria del territorio, degrado del suolo e insediamenti sorti nei posti sbagliati, come avvenuto per SARNO nel 1998, dove le colate di fango fecero 159 vittime, o per le 37 vittime delle frane di Giampilieri nel 2009. Solo la conoscenza dei suoli e la gestione corretta del territorio può impedire il ripetersi di eventi come questi. Per non dire dei terremoti, che a scadenze sempre più ravvicinate ci ricordano il costo in vite umane dell’edilizia di cattiva qualità qual è purtroppo quella degli anni della grande colata di cemento sul nostro Paese.
Per impedire la cementificazione selvaggia, l’abusivismo e la costruzione di ecomostri
Non vogliamo che la ripresa economica porti con sé una nuova corsa al cemento facile e brutto, non vogliamo vedere il nostro territorio costellato di nuove generazioni di ecomostri, abusivi e non, perché sappiamo quanto sia facile vederli spuntare e quanto invece sia difficile farli scomparire, come per fortuna è avvenuto per l’albergo di FUENTI a Vietri sul Mare, per Punta Perotti a Bari, per l’albergo dei Mondiali a Milano. Ma per ogni ecomostro demolito ce ne sono decine, centinaia che continuano a deturpare il nostro paesaggio e a rendere la vita delle comunità peggiore e anche più pericolosa, come Ischia ci ha dolorosamente mostrato: mai più mostri! mai più suolo perso per edificazioni eccessive, brutte, pericolose! Mai più indulgenza o connivenza con l’abusivismo! Vogliamo che l’Italia tracci la road map per la repressione e prevenzione di ogni abusivismo, che l’industria delle costruzioni sia impegnata nella messa in sicurezza e riqualificazione dell’esistente, ma sappiamo che ciò non avverrà fintanto che il suolo libero continua ad essere un facile terreno di conquista
Per impedire l’avvelenamento della terra e la nascita di nuove discariche abusive
In questo momento nel nostro Paese esistono oltre 24.000 siti, con contaminazioni accertate o in via di caratterizzazione. Lo dice il censimento dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale). Non ci sono solo la Caffaro a Brescia, la Valle del Sacco in Lazio, Bagnoli in Campania, Porto Marghera in Veneto o uno degli altri tra i 40 siti di interesse nazionale che, da soli, rappresentano una superficie di suolo avvelenata pari a quasi 100.000 ettari. Ma in ogni regione ci sono altre centinaia, migliaia di altri siti, oggi se ne stimano quasi 25.000 in tutta Italia, anche molto estesi, il cui suolo porta con sé pesanti fardelli di veleni, frutto della storia industriale del nostro Paese, ma anche di tante attività illegali che ancora oggi si consumano, nella TERRA DEI FUOCHI ma non solo. Sono tante, troppe minacce per la nostra salute, spesso del tutto sconosciute e portate alla ribalta della cronaca da attività investigative o da ritrovamenti casuali. Il suolo è lo scrigno della vita, non uno spazio per imboscare veleni! Occorre dare maggior impulso alle attività di bonifica, che oggi riguardano solo una minoranza dei siti contaminati, perché dobbiamo poterci fidare della terra su cui camminiamo e dei frutti che ci dona.
Oltre ai tanti casi in cui la contaminazione è frutto di discariche abusive e abbandoni illegali di rifiuti tossici, il suolo è stato a lungo aggredito anche da fenomeni di inquinamento diffuso, molti ancora in corso e molti altri interrotti da molto tempo, arrivati dall’aria o trascinati dall’acqua, come nel caso dell’AREA CAFFARO a Brescia, dove molecole pericolose e non biodegradabili, i PCB-policlorobifenili, hanno avvelenato centinaia di ettari di aree agricole, ben al di fuori dello stabilimento. Ma non è il solo caso: pensiamo a tante molecole tossiche che continuano a essere trovate nel nostro ambiente sebbene siano state da tempo messe al bando: dall’insetticida DDT prodotto in Piemonte a Pieve Vergonte alla diossina della nube tossica di Seveso, ai radionuclidi dell’incidente di Chernobyl. E come sta avvenendo ancora, in Veneto, per l’inquinamento da perfluorurati (PFAS). Il suolo conserva ancora molti di questi inquinanti, l’unico modo per metterlo al sicuro è smettere di produrre e di impiegare sostanze chimiche tossiche e persistenti.
Per impedire disastri economici e sociali globali
Il consumo e il degrado del suolo sono problemi di dimensioni globali, le Nazioni Unite stimano che sia il 30%, a livello globale, la quota di suoli agricoli persi o degradati: in un mondo sovrappopolato, non possiamo davvero permetterci di lasciar deperire il suolo. Anche l’Europa ha sue grosse responsabilità: infatti i suoli coltivati in Europa, ridottisi a causa del consumo di suolo e dell’abbandono, e minacciati dal degrado, non sono sufficienti a soddisfare la domanda di materie prime richieste dall’agroindustria, l’Europa ha fame di terre coltivate in altre parti del mondo. E per farlo non si limita ad importare prodotti, ma le grandi compagnie europee arrivano ad acquisire terre, spogliando le popolazioni locali, in accordo con governi spesso corrotti, dei loro tradizionali diritti. Ciò avviene ad esempio in Africa Subsahariana, dove sono molti milioni gli ettari di terre acquisiti da compagnie estere per trasformarle in coltivazioni intensive per il mercato europeo. Ma attenzione: perché milioni di piccoli contadini e loro familiari, a cui il ‘land grabbing’ ha sottratto la terra da cui dipendevano, sono altrettanti migranti ‘economici’, che cercano rifugio altrove, magari in quella stessa Europa la cui agroindustria ha tolto loro la terra da sotto i piedi. Oggi molti Paesi europei dicono di non volere ingressi di migranti economici: ma se si scava nella vita di queste persone e delle loro famiglie, si potrebbe scoprire che all’origine del loro migrare c’è una precisa responsabilità di compagnie europee. Fermiamo il degrado del suolo in Europa, per non doverlo contendere a Paesi che ne hanno più bisogno di noi.
Come si firma la petizione:
Per firmare l’appello e chiedere all’Europa di dare un diritto al suolo basta visitare il sito salvailsuolo.it e inserire i propri dati. IMPORTANTE: tenere pronto un documento di identità per rendere valida la propria firma a livello europeo.

cemento: firmiamo

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