Alluvioni e emergenza climatica sono interconnessi.
Soluzioni? Attenzione alla gestione del territorio
e modifica dei nostri comportamenti individuali


14 novembre 2019. Riprendiamo per intero un articolo scientifico a firma di Simona Re, che analizza le connessioni delle alluvioni in Italia con l’emergenza climatica, ripreso dalla rivista online Scienza in Rete, diretta dal divulgatore,giornalista e ambientalista Luca Carra, ben conosciuto dalle nostre parti per aver propugnato la nascita della sezione di Italia Nostra – sud est Milano. L’area analizzata è l’alessandrino-basso Piemonte, territorio che -per le sue caratteristiche- non è geograficamente molto dissimi,le dal nostro. Sul testo che segue troverete dati inoppugnabili sull’aumento in atto della frequenza degli eventi meteo estremi e lucide riflessioni su come porre rimedio, dalla tutela del territorio alla modifica dei comportamenti individuali.
Certo, il testo è un po’ lungo (i dati sono davvero tanti) e il linguaggio non è da mercato rionale, ma neanche da salotti accademici. Ma, secondo noi, ve vale la pena. perché “se la nostra casa si allaga, forse sarebbe meglio, mentre corriamo ai ripari con secchi e idrovore, iniziare anche a pensare di chiudere un poco il rubinetto”.

Cosa c’entrano le alluvioni in Italia con l’emergenza climatica globale?

di Simona Re
Pubblicato il 11/11/2019 da Scienza in Rete
La scorsa settimana, in un convegno che ha visto riuniti i principali esperti italiani, è stata ricordata l’alluvione in Piemonte del 1994. Ma cosa c’entrano le alluvioni piemontesi con l’emergenza climatica? Simona Re ne parla con alcuni degli ospiti del convegno: Roberto Buizza (fisico e matematico, Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Claudio Cassardo (meteorologo e fisico del clima, Università di Torino), Carlo Cacciamani (fisico e meteorologo, Responsabile Centro Funzionale Centrale del Dipartimento Protezione Civile Nazionale di Roma), e Fabio Luino (geologo, CNR – IRPI, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica di Torino).

Secondo il parere di undicimila scienziati, autori di una recente lettera pubblicata sulla rivista BioScience, “Gli scienziati hanno l’obbligo morale di avvertire chiaramente l’umanità di ogni minaccia catastrofica e di raccontare le cose come stanno”. Per evitare, proseguono, “indicibili sofferenze dovute alla crisi climatica”.
Il 6 novembre, a pochi giorni di distanza dalle recenti alluvioni del Basso Piemonte, l’Università degli Studi del Piemonte Orientale e AISAM hanno organizzato ad Alessandria il convegno dal titolo “Alluvione 1994: il punto sulla situazione in Piemonte a 25 anni dalla tragedia”.

Cosa c’entrano le alluvioni piemontesi con l’emergenza climatica?

Ne abbiamo parlato con alcuni importanti esperti invitati al convegno: Roberto Buizza (fisico e matematico, Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Claudio Cassardo (meteorologo e fisico del clima, Università di Torino), Carlo Cacciamani (fisico e meteorologo, Responsabile Centro Funzionale Centrale del Dipartimento Protezione Civile Nazionale di Roma), e Fabio Luino (geologo, CNR – IRPI, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica di Torino). Stando al parere dei ricercatori, la nostra domanda non suona poi tanto strana.

Il cambiamento climatico bussa alla porta

Un recente studio pubblicato su Nature, guidato dalla Vienna University of Technology, ha dimostrato che il cambiamento climatico in Europa influenza l’entità degli eventi alluvionali. Come affermano gli autori, “climate-driven changes are already happening and supporting calls for the consideration of climate change in flood risk management”. La notizia è a dir poco allarmante. Basti considerare che i costi dei danni provocati dalle alluvioni sono stimati oggi a oltre 100 miliardi di dollari ogni anno. D’altra parte, comprendere le dinamiche che legano il cambiamento climatico alle alluvioni non è cosa semplice. Per spiegare meglio questa relazione proviamo a ragionare a una scala locale.
L’Alessandrino è una regione del Basso Piemonte particolarmente soggetta agli eventi alluvionali. Come spiega Roberto Buizza, “Alcuni aspetti si ripetono, altri sono legati ai singoli eventi, anche in funzione della direzione e velocità del flusso d’aria. L’alluvione del 2014 di Genova, ad esempio, si è fermata al di là dell’Appenino, mentre quella del 1994 ha colpito principalmente il Piemonte e l’Alessandrino. Ci sono anche delle caratteristiche del territorio che fanno sì che i fenomeni si possano ripetere. Vuoi per la posizione dei bacini di raccolta dell’acqua, vuoi per la forzante orografica e per gli effetti di innesco delle circolazioni costanti a grande scala, diversi fattori fanno del Basso Piemonte una zona sensibile e soggetta a questo tipo di eventi”.
Le alluvioni si generano da eventi meteorologici intensi, la cui portata dipende dal carico di vapore acqueo che precipita poi in forma di pioggia. Nel caso della Liguria e del Basso Piemonte, la maggior umidità si origina dal vicino Mediterraneo, noto climate hotspot, ovvero una delle regioni più sensibili al riscaldamento a livello globale.
Tra le più recenti alluvioni del Basso Piemonte si ricordano quella del 1994 e quella dello scorso ottobre. Circa l’umidità e le precipitazioni, l’autunno del 1994 è stato registrato da ARPA Piemonte tra quelli più piovosi negli ultimi sessant’anni. Sia per il Piemonte, sia per le province di Alessandria e Asti. Ed è dello scorso 21 ottobre il record di 480 mm di pioggia (di cui ben 428 in 12 ore) caduti sulla città di Gavi, ovvero l’intensità di pioggia più elevata registrata da quando esiste la rete di pluviometri in telemisura di ARPA Piemonte. La situazione, d’altro canto, non sembra migliorare.
Per l’Italia, uno studio condotto nel 2004 dall’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR ha già evidenziato un aumento significativo dell’intensità delle precipitazioni negli ultimi 100 anni nelle regioni del nord-ovest (+17% per le precipitazioni autunnali, +10% su base annuale), nord-est (+17% estive, +13% autunnali, +12% annuali) e centro-est (+9% autunnali)(Figura 1).
A livello locale, i dati di temperatura e precipitazioni del Copernicus Climate Change Service registrano per la città di Alessandria un aumento di 1,2°C dal 1979 al 2018, in linea con l’attuale trend del riscaldamento globale. Secondo gli esperti, ciò che si prevede per il futuro sarà quindi un progressivo aumento sia dell’incidenza sia dell’intensità degli eventi meteorologici estremi (Figura 2).

Cosa intendiamo fare per gestire le future alluvioni?

Anche su questo punto il parere degli esperti è unanime: bisogna studiare gli eventi del passato, e migliorare gli strumenti a nostra disposizione per mitigare quanto più possibile gli impatti del cambiamento climatico, per la sicurezza nostra e dei nostri territori.
«Le alluvioni sono eventi estremi relativamente rari, e talora la loro ricorrenza, superando l’età media delle persone, tende a essere dimenticata dalla memoria comune», afferma Claudio Cassardo. «L’approccio corretto dovrebbe essere quello di farsi aiutare dalla tecnologia e dall’avanzamento delle ricerche nei vari settori, al fine di pianificare le infrastrutture e regolare le attività umane, in maniera tale da essere il meno suscettibili possibile alla pericolosità degli eventi estremi. Proprio la ricorrenza di tali eventi nel passato ci fornisce delle utili linee guida in merito», conclude il fisico.

Modelli previsionali

Il monitoraggio e la previsione degli eventi meteorologici estremi sono strategie fondamentali per ottimizzare la messa in sicurezza di intere aree e popolazioni, sia per la pianificazione di interventi di prevenzione sul territorio, sia per l’allertamento della popolazione a rischio. «Eventi passati come le alluvioni del ‘94 vengono ri-analizzati e studiati per testare i sistemi attuali, e per migliorare la nostra capacità di prevedere e comprendere gli eventi futuri. Disponiamo già di sistemi efficienti, molto più di quelli di 25 anni fa: le previsioni a 5 giorni di oggi, sono accurate quanto le previsioni a 3 giorni di 25 anni fa. In altre parole, abbiamo guadagnato 1 giorno di predicibilità ogni 10 anni! E li miglioreremo ancora. Ma è importante ricordare che ci saranno sempre delle incertezze», spiega Buizza.
«Se pensiamo all’evento del 21 ottobre di quest’anno, purtroppo, posizionare dei massimi di precipitazione così intensi (200-300 mm in poche ore, 500 mm in 24 ore, cioè la metà della precipitazione annuale), prevedere una cella così piccola, in una posizione tanto precisa, con i mezzi attuali è molto difficile. Per farlo ci vogliono modelli con una risoluzione dieci volte più fine, molte più osservazioni e computer cento volte più potenti. Occorre investire nella ricerca. Tra dieci anni, dovremo riuscire a risolvere in modo più accurato fenomeni come quelli del 21 ottobre».

Il ruolo della Protezione civile

Al ruolo fondamentale del potenziamento degli strumenti previsionali, si aggiunge quindi il prezioso contributo del personale della Protezione civile. «L’efficienza dei servizi e degli interventi della Protezione civile è migliorata tantissimo in questi anni. Per capirlo, basterebbe iniziare a fare i conti anche dei sopravvissuti, oltre che dei morti. Ma i cambiamenti climatici renderanno gli eventi estremi sempre più frequenti e intensi, e quindi sarà fondamentale continuare sempre a migliorarci», afferma Carlo Cacciamani.
Su come migliorare, Cacciamani ha le idee molto chiare: «Serve un’efficacia ancora maggiore dell’azione scientifica e tecnologica sui nostri sistemi di allertamento nazionale e regionale, l’ulteriore rafforzamento del coordinamento a livello locale. Servono una maggior informazione, educazione e partecipazione dei cittadini sui temi degli eventi estremi e degli effetti dei cambiamenti climatici. Servono l’urgente revisione della Direttiva 27/02/2004 e la definizione di una policy sulle modalità di gestione dei dati». E conclude: «C’è molto da lavorare. E bisogna imparare che i problemi non si risolvono quando arrivano, ma prima. I problemi, si risolvono in tempo di pace. Quando c’è il sole».

La gestione del territorio

Come ricorda Fabio Luino, «L’alluvione del ‘94 in Valle Tanaro fu un evento secolare, paragonabile a quello del maggio 1879. I danni furono ingentissimi. L’alluvione provocò 44 vittime, molte delle quali sorprese in casa, in garage o in auto lungo le strade, a causa talvolta di una sottovalutazione del rischio». L’ultima alluvione, del 21 ottobre 2019, ha causato invece una sola vittima.
Tuttavia, questi risultati devono ancora migliorare, e per farlo, devono partire innanzitutto da una più attenta e oculata gestione del territorio. Secondo Luino, «Serve una maggior responsabilità nella pianificazione degli interventi lungo i corsi d’acqua e negli alvei stessi, e nella pianificazione urbanistica, evitando di continuare a costruire nelle aree già pesantemente colpite anni fa – vedasi zona Orti ad Alessandria. Per ridurre al massimo il rischio geo-idrologico servono le giuste competenze: geologi, ingegneri, agronomi sanno dare il giusto contributo e le corrette indicazioni».
«La pulizia dei fiumi», prosegue il geologo, «va intesa solamente come asportazione del materiale flottato (addossato alle pile dei ponti) e dei grossi alberi cresciuti in alveo. Il materiale lapìdeo, ghiaia e ciottoli, tanto per intenderci, vanno lasciati dove sono, perché la loro asportazione crea disequilibrio nel sistema fluviale a va a compromettere la stabilità sia delle sponde fluviali e delle opere longitudinali (scogliere, pennelli, ecc), sia dei ponti».
«Il clima sta cambiando molto rapidamente» afferma Claudio Cassardo. «Forse più rapidamente di quanto non abbia mai fatto, almeno da una sessantina di milioni di anni a questa parte. Questo comporta che anche la ricorrenza e l’intensità degli eventi estremi, e delle alluvioni in particolare, cambia, nel senso che eventi simili stanno diventando via via più frequenti e più intensi, scombinando le analisi statistiche effettuate nel passato. Il risultato è che diventa più difficile pianificare le infrastrutture e regolare le attività umane».
Tanti sono gli interventi da mettere in atto in Italia per rispondere all’emergenza climatica: il crescente impegno nella ricerca scientifica e tecnologica, l’adeguamento e la pianificazione di infrastrutture, interventi normativi, e nuove modalità di educazione e partecipazione della popolazione. Servono urgenti finanziamenti per ultimare l’aggiornamento della Carta Geologica d’Italia. Serve, anche, una maggior attenzione delle nostre istituzioni nella gestione delle necessarie competenze tecniche e amministrative (vedasi il comunicato stampa di scienziati e associazioni, con la recente adesione di CICAP Piemonte e di Italian Climate Network, e la lettera dell’Ordine dei Geologi del Piemonte, in risposta alle dichiarazioni del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio sul tema delle alluvioni del Basso Piemonte).
Sull’importanza della corretta informazione sul cambiamento climatico, come discusso in una recente lettera pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno, Buizza precisa, «Certa stampa tende a prendere posizioni negazioniste. Chiediamo che le informazioni vengano passate in maniera corretta. Non chiediamo che certa gente venga zittita. Però un conto è parlare di quello che uno pensa, un altro conto è passare un’informazione basata su quello che la scienza e le osservazioni ci dicono. Il linguaggio può essere semplice, deve essere semplice, ma le informazioni corrette. I cambiamenti climatici che osserviamo sono dovuti principalmente alle attività umane: negarlo è passare un’informazione falsa».
Quello che gli scienziati ci dicono è che è arrivato il tempo per tutti di agire. Prevenzione e adattamento alle alluvioni, ma non solo. Taglio ai combustibili fossili, trasformazione del settore energetico, cambiamento delle nostre abitudini alimentari. Il che significa non solo favorire l’adattamento al cambiamento climatico, ma anche e soprattutto la sua mitigazione. Se la nostra casa si allaga, forse sarebbe meglio, mentre corriamo ai ripari con secchi e idrovore, iniziare anche a pensare di chiudere un poco il rubinetto.

Il clima sta amplificando le alluvioni nella Pianura Padana

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