Donne in Campo Lombardia dice SI
al Parco naturale nel Parco Agricolo Sud Milano
e si schiera contro le maggiori associazioni agricole


14 dicembre 2019. La settimana scorsa, le presentazioni in due incontri di uno studio sulla redditività e attività agricola in aree a Parco Naturale, commissionato dal Parco Agricolo Sud Milano al Politecnico di Milano, hanno segnato la ripresa d’iniziativa dell’Ente Parco per andare alla delimitazione dei confini, per includere nell’istituendo Parco naturale le aree ad elevata naturalità del Parco Agricolo Sud Milano. Come nei mesi scorsi (clicca qui), le associazioni agricole Coldiretti, Confagricoltura e Copagri hanno posto un veto assoluto alla proposta, prevista dalla normative regionale e attesa da oltre vent’anni.
Ma c’è chi invece ha detto sì: l’associazione Donne in Campo Lombardia, nella persona di Renata Lovati, ha redatto un documento che invita a proseguire nella istituzione dell’area protetta, perché crea valore aggiunto alle aziende. Concetto espresso senza riserve anche dal gestore di Cascina Forestina Nicolò Reverdini, tra i primi agricoltori a mettere in piedi un’azienda biologica e polifunzionale, nonché tra i promotori del Distretto agricolo delle Tre Acque e del Distretto di Economia Solidale Rurale.

Un NO a brutto muso

Le ragioni del no all’istituzione del Parco naturale, o meglio all’inclusione di aree agricole nei suoi confini, sono tante e non sempre chiare. In sostanza c’è il timore che si vadano a porre limiti alle lavorazioni agricole, producendo un danno economico alle aziende. Ma nei discorsi si è tirato in ballo ben altro: dalla burocrazia del Parco e della Sovrintendenza, che limita e rallenta le attività e le trasformazioni aziendali, ai danni provocati da nutrie e cinghiali. Insomma, la delimitazione di queste aree è stato il fattore scatenante dei tanti malesseri che affliggono il settore agricolo e il Parco Sud è diventato il bersaglio su cui sparare. Coldiretti è arrivata addirittura a chiedere le dimissioni della presidente del Parco Michela Palestra e del rappresentate delle associazioni agricole nel Direttivo, Dario Olivero: una mossa mai accaduta in trent’anni di parco.
Le dichiarazioni di Alessandro Rota, presidente della Coldiretti di Milano, Lodi e Monza Brianza, pubblicate dalla rivista online Riso Italiano sono di fuoco: “Questa decisione ha rotto gli schemi, è venuto a mancare l’ascolto di quelle che sono le esigenze del territorio. Non occorre burocratizzare aree naturali per far emergere la naturalità del parco. Lo studio condotto dall’UniMi non ci è sembrato per nulla all’altezza e abbiamo risottolineato le nostre posizioni… Andiamo a toccare un patrimonio di tante famiglie di agricoltori che hanno fatto investimenti. Mi aspetto una presa di posizione anche dai principali proprietari terrieri, come gli ospedali”. Ma come, si chiede aiuto a quei proprietari terrieri che con le loro richieste di affitti esosi strozzano l’agricoltura?
“Ci vuole una sorta di maggioranza agricola nella governance. Al presidente del Parco – aggiunge Alessandro Rota – chiediamo di fare un passo indietro, così come sollecitiamo le dimissioni del consigliere rappresentante degli agricoltori, ormai lontano dagli interessi della categoria. Serve un “nuovo” Parco più vicino alla realtà agricola – conclude il presidente della Coldiretti di Milano, Lodi e Monza Brianza – che sappia rispondere più velocemente alle istanze degli agricoltori”.
Lo studio dell’università milanese mostra dati che smentiscono le dichiarazioni di Rota che i valori terrieri e i redditi agricoli nelle aree naturali sono inferiori a quelle delle aree fuori dai parchi, e sulle limitazioni che potrebbero subire gli agricoltori. Ma, in questa contesa, i numeri valgono zero.

Il sì di Donne in Campo

Ritornando ai vincoli, nel documento redatto da Renata Lovati di Cascina Isola Maria di Albairate, sono elencate nel dettaglio le limitazioni che il proposto parco naturale apporrà. “Non ci saranno vincoli all’attività agricola nelle sue varie forme se non:
a) Catturare, uccidere, disturbare le specie animali, nonché introdurre specie estranee all’ambiente che possano alterare l’equilibrio naturale, fatti salvi eventuali prelievi faunistici ed abbattimenti selettivi, necessari per ricomporre gli squilibri ecologici accertati dall’Ente Gestore.
b) Raccogliere e danneggiare le specie vegetali, salvo nei territori in cui sono consentite le attività agro-silvo-pastorali, nonché l’introduzione di specie estranee vegetali che possano alterare l’equilibrio ecologico.
c) Aprire ed esercitare l’attività di cava, di miniera, di discarica, nonché asportare minerali.
d) Realizzare nuove derivazioni o captazione d’acqua ed attuare interventi che modifichino il regime idrico o la composizione delle acque, fatti salvi i prelievi a fini agricoli, ambientali o per il consumo umano, autorizzati secondo le norme vigenti.
e) Svolgere l’attività pubblicitaria al di fuori dei centri urbani, non autorizzate dall’Ente Gestore.
f) Introdurre da parte di privati, armi, esplosivi e qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, se non autorizzati e fatto salvo quanto previsto alla lettera a).
g) Accendere fuochi all’aperto, ad esclusione degli ambiti edificati e per attrezzature di pubblico uso.
h) Sorvolare con velivoli non autorizzati salvo quanto definito dalle leggi sulla disciplina del volo”.
Qualcuno ci ha letto qualche tiro mancino contro gli agricoltori?
Il documento si dissocia quindi dalla presa di posizione delle associazioni di categoria e le loro paure infondate. Anzi, rovescia il punto di vista: “Per un’azienda agricola il poter produrre in un’area a Parco Naturale è un valore aggiunto”. L’affermazione non è paradossale, in quanto ha trovato una sponda autorevole, nel convegno del 6 dicembre, dalle parole di Andrea Vettori, della Direzione Ambiente della Commissione Europea: senza mezzi termini, gli ingenti investimenti comunitari a favore dell’agricoltura saranno sempre più destinati alle attività eco-compatibili e operare in aree ad alto valore naturalistico sarà un premio.

Guerra ambientalisti-agricoltori?

Le associazioni ambientaliste sono rimaste visibilmente spiazzate dalla presa di posizione totalmente contraria delle grandi associazioni agricole. Comprensibile e scontato il no dei cacciatori, ma le barricate ideologiche dei coltivatori rischia di spezzare il connubio agricoltura-ambiente, che tanto ha funzionato e prodotto ottimi risultati a livello locale e di paese Italia.
E’ in preparazione perciò un documento per sollecitare gli amministratori pubblici a procedere, perché lo impone la legge e lo vogliono i cittadini sensibili all’ambiente. Istituiamo, come nelle altre aree protette regionali, anche questo Parco Naturale, dando le dovute garanzie agli operatori agricoli ma respingendo veti immotivati.

Operare in aree naturali: valore aggiunto per l’agricoltura

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